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Esonerare in MLS serve?

di Nicolò
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Nel calcio, si sa, quando una squadra va male, il primo a pagare è sempre l’allenatore. Questa norma vale in maniera particolare per noi italiani, abituati alla Serie A, caratterizzata da presidenti come Preziosi e – fino a pochi anni fa – Zamparini, i quali, nel corso della loro esperienza nel mondo del calcio, hanno fatto dell’esonero dei tecnici il loro marchio di fabbrica. Negli ultimi anni, però, questa tendenza si sta diffondendo sempre di più anche all’estero. Non solo nei grandi campionati europei ma, da qualche anno a questa parte, anche in MLS.

Negli ultimi 4 anni, infatti, il numero di avvicendamenti sulle panchine del principale campionato nordamericano è aumentato considerevolmente. Questa crescita del numero annuale di esoneri in MLS è iniziata nel 2017, quando i New England Revolution hanno sostituito Jay Heaps con Brad Friedel. Heaps, in quell’occasione, è diventato il quinto coach a venire sollevato dall’incarico in quella stagione, stabilendo un record per la MLS, dove dal 1996 non c’erano mai stati più di quattro cambi di panchina durante un campionato.

Nel 2018 il record è stato nuovamente battuto, con sette panchine saltate. Stessa cifra nel 2019.

Cambiare allenatore è servito nella MLS 2020?

Nell’edizione 2020 della MLS il numero complessivo degli esoneri è sceso a cinque. Considerando, però, che quest’anno la regular season  è stata accorciata di 10 giornate (rispetto alle solite 34), ci si accorge che la media di panchine saltate per partite giocate è addirittura leggermente aumentata.

Visto che esonerare gli allenatori sta diventando un fenomeno sempre più in voga anche in MLS, viene naturale chiedersi se questa pratica abbia effettivamente portato dei benefici ai club che l’hanno attuata.

Chi è andato meglio dopo aver cambiato allenatore

Guardando i risultati di New York Red Bulls e D.C. United prepost cambio di tecnico quest’anno, si direbbe di sì.

RBNY, infatti, dopo 10 giornate si trovava ai margini della zona playoff, e aveva una media di 1,1 punti a partita. La società ha così dato il benservito a Chris Armas, che è stato rimpiazzato da Bradley Carnell (in attesa che arrivasse Gerhard Struber). Sotto la guida di Carnell, la media punti per incontro è salita a 1,5 e le lattine hanno conquistato abbastanza agevolmente la qualificazione alla post-season.

I rossoneri di Washington, invece, da quando hanno esonerato Ben Olsen, hanno ottenuto 10 punti in 7 partite, uno in meno di quanti ottenuti nelle precedenti 17, arrivando a un passo da una qualificazione ai playoff che sarebbe stata miracolosa, dato che erano ultimi al momento dell’esonero di Olsen.

Non per tutti il problema era il coach

Per le altre franchigie, invece, i cambi di panchina non hanno sortito gli effetti sperati.

L’ultimo allenatore licenziato, in ordine di tempo, è stato Guillermo Barros Schelotto. Nonostante il suo esonero, però, i L.A. Galaxy non sono riusciti a salvare la faccia, facendo solo un punto nelle ultime due giornate. Ovviamente, però, due partite non sono un periodo sufficientemente lungo per prendere in considerazione questo dato.

Se Barros Schelotto è stato l’ultimo, il primo allenatore fatto fuori in questa venticinquesima edizione della MLS, è stato invece Yoann Damet. FC Cincinnati, infatti, lo ha sostituito con Jaap Stam prima dell’inizio del MLS is Back Tournament, ma l’ex giocatore del Milan non è stato in grado di evitare l’ultimo posto.

Dopo il torneo di Orlando, invece, Atlanta United ha sostituito Frank de Boer con Stephen Glass. Sotto la guida dello scozzese, però, dopo un breve iniziale miglioramento, i risultati dei Five Stripes sono addirittura peggiorati. Infatti, se l’ex tecnico dell’Inter aveva lasciato la squadra ai margini della zona playoff, a fine anno i campioni della MLS Cup 2018 sono rimasti fuori dalla post-season.

A volte è meglio aspettare

I San José Earthquakes, invece, hanno adottato la strategia opposta. I nerazzurri californiani, nonostante le innumerevoli batoste subite, non hanno mai dubitato del lavoro di coach Matías Almeyda. Alla fine, la fiducia riposta dal club nel tecnico argentino è stata ripagata. I Quakes, infatti, verso la fine del campionato si sono ripresi,  e hanno guadagnato l’accesso alla post-season.

Allo stesso modo, nell’altra conference, Miami, che ha confermato Diego Alonso nonostante i risultati abbiano tardato ad arrivare, ha strappato un biglietto per i playoff all’ultima giornata.

Questi ultimi due esempi dimostrano che a volte per i club è più conveniente lasciare ai tecnici il tempo di lavorare in serenità, piuttosto che farli fuori come capri espiatori quando le cose vanno male.

Questo 2020, quindi, ci ha offerto due esempi (RBNY e D.C. United) a favore della tesi secondo cui esonerare l’allenatore è la scelta giusta per le squadre in difficoltà, e quattro a supporto di quella opposta.

In linea generale, dunque, in questa stagione di MLS, cambiare allenatore ha portato più spesso svantaggi che benefici.

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