Quando si parla di grandi calciatori del passato, raramente si fa il nome di Zoltán Czibor, perché, pur essendo stato uno dei giocatori più forti del primo ventennio del Secondo dopoguerra, ha vinto relativamente poco. Nel suo palmarès, infatti, c’è soltanto un trofeo conquistato in ambito internazionale, e nemmeno di così grande valore: la medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 con la sua Ungheria.
La storia di Zoltán Czibor, un fenomeno dimenticato
Era la Grande Ungheria, la squadra più forte a non aver mai vinto un Mondiale, insieme all’Olanda di Cruijff. Era “Squadra d’Oro” in grado di vincere 29 consecutivamente – striscia interrotta soltanto dalla Germania Ovest, nell’epica finale dei Mondiali svizzeri del 1954. Soprattutto, era la squadra di Ferenc Puskás, o meglio, così viene ricordata. Oltre a lui, infatti, la nazionale magiara poteva contare su altri campioni di pari livello, come Sándor Kocsis, László Budai e, soprattutto, Zoltán Czibor, la cui fama è stata oscurata da quella del celeberrimo compagno.
Eppure, Zoltán Czibor merita di essere ricordato, sia per il calcio che ha espresso in campo sia per la sua storia particolare.
L’ala perfetta
Nato nel 1929, Czibor era un’ala sinistra formidabile, forse la più forte della sua generazione.
“A Barcellona lo avevano soprannominato “Pajaro Loco”, uccello pazzo, per l’avidità e insieme per l’estro, la frenesia del dribbling quasi volasse a pelo d’erba attorno all’avversario che agevolmente saltava per convergere poi in area” scrisse Angelo Rovelli sulla «Gazzetta dello Sport» all’indomani della sua morte, avvenuta il 1° settembre 1997, a causa di un cancro alla prostata. Lorenzo Latini, su «Il Romanista», lo ha addirittura definito “prototipo dell’ala perfetta”, ancora “prima di Garrincha e George Best”.
La tormentata carriera di Zoltán Czibor
Gli esordi in patria
Cresciuto nel Komárom, Czybor è diventato grande nel Ferncvaros dei record, che vinse il campionato ungherese nel 1949, anche grazie ai suoi 18 gol.
Dopo quel successo, l’esterno d’attacco ha ottenuto altri due titoli con l’Honvéd, la squadra del regime di estrema sinistra instaurato nel Paese con la fine del Secondo conflitto mondiale, in cui era stato obbligato a trasferirsi.
Fuga dal regime
Czybor, infatti, si è sempre mostrato insofferente all’oppressione comunista, fin da quando, qualche anno prima, realizzò allo scadere il gol che permise alla sua nazionale di superare per 1-0 l’Unione Sovietica di Stalin: cosa inaudita all’epoca.
Per questo, quando si è presentata la prima occasione utile, una trasferta dell’Honvéd a Bilbao, nel novembre del 1956, come quasi tutti i suoi compagni, ha deciso di non fare ritorno in Ungheria, per fuggire dal governo dittatoriale, dopo che l’Armata Rossa dell’URSS aveva represso nel sangue le prime insurrezioni armate antisovietiche.
Czibor a Roma: fermato dalla politica
Dopo una tournée di qualche mese in giro per l’Europa a giocare, insieme alla sua squadra, una serie di amichevoli organizzate da Béla Guttman, Czybor si è così trasferito in Italia, alla Roma.
A causa della squalifica di due anni comminata dalla FIFA a tutti i disertori ungheresi, però, con i giallorossi ha giocato soltanto una manciata di amichevoli.
“Sono amareggiatissimo dalle decisioni della Fifa” – disse durante un’intervista rilasciata in quel periodo – “Su 1.800 calciatori che hanno lasciato l’Ungheria solo 4 sono stati squalificati, mentre gli altri 1796 sono liberi di giocare nelle squadre austriache o iugoslave. Mi pare che il conto non torni e credo che questo sia un fatto che la Fifa avrebbe dovuto tenere presente, tanto più che nella seduta in cui è uscita la mia condanna non figurava il delegato ungherese, mentre per la prima volta vi prendeva parte quello sovietico. Insomma, secondo me, a parte la prassi, la cosa sa molto di congiura politica, e la politica non ha niente a che spartire con lo sport“.
Barcellona: finalmente tranquillità
Nel ’58, il fenomeno ungherese ha lasciato così la Città Eterna, per trasferirsi al Barcellona, persuaso, come il suo amico Kocsis, dal connazionale László Kubala, e approfittando della parziale apertura al resto del mondo della Spagna franchista degli anni ’60.
In Catalogna, el “Pajaro Loco”, come lo chiamavano lì, ha ritrovato se stesso, e ha sfogato sul campo tutta la sua frustrazione per i due anni passati praticamente senza giocare, incanalandola nella massima espressione della sua genialità calcistica.
A Barcellona è rimasto fino al 1961, segnando un’epoca storica del club, durante la quale i blaugrana dei tre ungheresi hanno soffiato due volte il campionato e una volta la Copa del Rey al Real Madrid di Puskas, il magiaro per eccellenza.
Sogno infranto
Non è stato tutto rose e fiori, però: nell’ultimo col Barça, è arrivata anche la seconda più grande delusione della carriera di Czibor (dopo la finale mondiale di Berna): la sconfitta finale di Coppa dei Campioni contro il Benfica di Béla Guttmann (anch’egli fuggito dall’Ungheria). Per lui, è svanita così, dunque, anche la seconda grande occasione di rendere eterno il proprio nome nella memoria degli appassionati di calcio.
Con questo sogno infranto, si è chiusa di fatto la sua carriera.
L’Odissea finale di Czibor: dai rivali al Canada
L’estate successiva, infatti, ha cambiato squadra: è andato all’Espanyol, l’altra squadra della capitale catalana.
I suoi ultimi anni da calciatore, però, sono stati piuttosto tormentati, tanto che nel 1962/’63 ha cambiato squadra ben tre volte: Basilea, Austria Vienna e… Hamilton Steelers, in Canada.
Qui ha giocato non nella famosa NASL, la lega dove si trasferivano le stelle del calcio mondiale a fine carriera (da Carlos Alberto e Pelé a Cuijff e Best), ma nella modesta Eastern Canada Professional Soccer League, come l’amico Kubala, giocatore del Toronto City. Proprio giocando una sola partita con la maglia di Toronto City, pare (le fonti sono discordi su questo punto) che Czibor abbia concluso la propria carriera da calciatore nel 1965.
Ritorno a casa
Dopodiché è tornato a Barcellona, la sua seconda casa, e ha fatto ritorno in Ungheria soltanto nel 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine della DDR e l’inizio della dissoluzione dell’URSS.
Questa è la storia di Zoltán Czibor, un campione la cui vita e la cui carriera sono state tormentate dalla politica e che, a causa dei suoi pochi successi, non è ricordato come meriterebbe.